Nicola Rovetti

Amo camminare

…già è proprio così, camminare mi piace, mi fa stare bene.

Spesso, mentre cammino, soprattutto se sono solo, sto ad ascoltare il mio corpo che si muove. 

Porto attenzione all’appoggio del piede e a tutta la gamba che mi sostiene e che mi porta in avanti e mi permette di procedere. E poi passo all’altro piede e all’altra gamba. E questo portare attenzione al movimento, ha un effetto immediato sul mio stato d’animo.

Mi calmo, mi connetto al respiro, mi si aprono gli occhi ed entro in una dimensione di quiete.

Dopo pochi passi sposto l’attenzione alla parte superiore del corpo, alle braccia che oscillano libere, alla schiena che immediatamente si riallinea, il petto si apre, il capo si posizione bene sul collo, lo sguardo, che fino a prima era a terra, si alza avanti a me e così riesco a vedere lo spazio che mi sta attorno. Ed è a questo punto che mi sento parte dell’ambiente circostante e mi rendo conto di tutto ciò che mi circonda, degli alberi, degli uccelli, del cielo, delle nuvole, del sole, dell’aria.

Poi la mia attenzione torna al respiro, al ventre che si muove, che si gonfia e si sgonfia.  Subito mi nasce un sospiro e qualcosa si libera dentro di me. Qualche tensione che si allenta, qualche peso che se n’è andato, tutto il corpo lo sente e si riaggiusta, in un attimo, cambia impostazione e il mio stato d’animo con lui. 

Sento emergere una sorta di piacere dentro di me, per la forza che sento nelle gambe, per la libertà e la leggerezza che sento nella schiena e nelle braccia e per l’energia del mio respiro. 

E’ per questo che amo camminare, mi trasforma, mi rinnova e mi rigenera ogni volta.

Mi fermo, ringrazio e ritorno. 

3 Comments

  1. Ciao Nicola, ci siamo conosciuti in un centro riabilitativo qualche anno fa. Mi avevano prescritto una decina di incontri (?), sedute (?) beh, non so come chiamarle… diciamo “ore” di un tapis roulant molto particolare. In pratica le gambe venivano inglobate all’interno di un grande pallone che si gonfiava e che toglieva gran parte del peso, permettendo di camminare sul nastro che mi scorreva sotto ai piedi a gravità ridotta. Non che l’amassi tanto. Sentivo che non faceva per me e che amplificasse i miei problemi derivanti da un’ischemia che, qualche anno prima aveva in pratica interrotto i comandi neurologici che dal cervello comandavano alle gambe di compiere i gesti che permettono di camminare.
    Durante quell’ora di trattamento antigravitazionale si parlava. Io sempre disposto a parlare di me, della mia vita precedente, di quello che sono, che sono stato e che voglio diventare e tu… pure. Si parlava di esperienze passate e di progetti.
    Un giorno, che non ne potevo più della maledetta macchina, sono arrivato in palestra e ti ho detto:
    “Siamo vicini a Natale. Vuoi che cominciamo con una nuova avventura? Oggi niente macchina da astronauti. Vorrei andare sul tapis roulant normale!”
    “Ma sei matto?” Mi hai risposto, “Non c’è alcuna protezione su quello.”
    “Mi sono già iscritto in palestra quindi ho l’assicurazione e poi… basta che non molli le mani e mi tenga ben saldo, non dovrei ammazzarmi. Lo facciamo andare al minimo della velocità.”
    Non mi sono ammazzato. Piano, piano ma riuscivo ad andarci su. Le prime volte mi seguivi a vista e ti tenevi pronto se avessi dovuto trovarmi in difficoltà, poi abbiamo capito che ce la facevo e ci siamo rilassati. Abbiamo finito il ciclo di macchina infernale e poi ho continuato a frequentare la palestra come “esterno”.
    Nel frattempo siamo diventati amici e abbiamo pensato di fare delle cose insieme che mescolassero il camminare con la meditazione, l’ascolto del proprio movimento e l’ascolto dell’ambiente che ci circonda fino ad arrivare alla musica (che la mia vita è sempre stata ed è tuttora quella: la musica).
    Col tempo sono passato dal bastone al deambulatore e alla sedia a ruote. Ho attaccato alla carrozzina un propulsore manuale e pedalo con le mani. Ogni tanto andiamo a farci qualche giretto e, quando siamo in mezzo alla natura, in riva al fiume o sotto a degli alberi non mi importa se sotto ho delle scarpe o delle ruote; se cammino o pedalo con le mani: lascio entrare dentro di me tutto il silenzio che posso, tutto il cielo che c’è e finalmente mi sento parte del tutto. Muovendomi con le mie forze.
    Amo camminare. Ho sempre amato mettere un passo dopo l’altro, come fosse una danza e arrivare dove volessi con la forza delle mie gambe. Non è cambiato molto, in realtà: adesso sono le braccia a portare la mia testa e il mio cuore nei posti che amo.
    Buona camminata.

  2. Grazie Nicola, un articolo veramente interessante… leggendolo e camminando mi vengono alla mente Novare e Sezano… Spero stiate tutti bene, noi per ora sì. Buon pomeriggio Alberta

    1. ciao Alberta, noi tutti bene grazie. Sono contento ti sia piaciuto l’articolo. Buone camminate, ci sentiamo presto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Attività: Amo camminare

    Nicola Rovetti

    “Sento la necessità di ritrovare delle cose certe, vere, oneste. È così il corpo ed è così la natura, due dimensioni semplici, che si comprendono facendo esperienza di entrambe”.

    La mia attività è nata da questa necessità, prima ancora che dalla mia formazione. Ho iniziato nel più tradizionale dei modi, un diploma ISEF e una laurea in scienze motorie.

    Mi hanno aperto la strada a una ricerca che continua tuttora e che sentivo anche da bambino, quando volevo fare l’esploratore, arrivare in Congo e vedere gli elefanti. È successo invece che il mio campo di esplorazione è diventato il corpo e il suo movimento in natura.

    Ho lavorato per venticinque anni al Centro Don Calabria di Verona, con persone con disabilità, un’area di attività per la quale non esisteva ancora la benché minima metodologia. È stata l’esperienza che mi ha fatto crescere perché mi ha dato la possibilità di comprendere l’unicità di ogni persona, abile o meno, e la necessità di costruire percorsi altrettanto unici, passo dopo passo, attraverso la relazione che nasce mettendosi in gioco ogni volta. Ho imparato insieme ai miei allievi, ascoltando e cogliendo segnali, interpretando le minime sfumature.

    Ancora oggi è questo il mio metodo, un continuo lavoro di creazione – sperimentazione – aggiustamento – messa in discussione e riprogettazione, per questo mi sento lontano dai protocolli dati per certi, dalle pratiche troppo standardizzate da applicare come tali. Credo che il successo di una pratica, di un nuovo apprendimento, si possa riconoscere nella sua capacità di diventare parte di noi, così in profondità da trasformarci. Da questa visione è scaturito il corso che tengo presso l’università di Verona, le collaborazioni con altri atenei e tutte le diverse attività che presento qui sul mio sito. Alcune di queste non esisterebbero senza il lavoro di Elena Fiorentini, mia moglie, e senza il sostegno dell’Associazione Motus Mundi che continua a credere nella capacità terapeutica e trasformativa del movimento in natura.

    Nicola Rovetti

    “Sento la necessità di ritrovare delle cose certe, vere, oneste. È così il corpo ed è così la natura, due dimensioni semplici, che si comprendono facendo esperienza di entrambe”.

    Da oltre venticinque anni mi occupo di movimento, formazione e relazioni.

    Insegno all’Università di Verona, dove tengo i corsi di “Attività motorie in ambiente naturale” e “Movimenti naturali”, e ho collaborato con diversi atenei italiani in ambito educativo e scientifico.

    Parallelamente, accompagno persone e organizzazioni in percorsi di trasformazione attraverso esperienze di movimento in natura.

    Il lungo lavoro svolto al Centro Don Calabria di Verona, dove ho progettato e coordinato programmi di attività fisica adattata per migliaia di persone con e senza disabilità, mi ha insegnato che la diversità è una risorsa, ma richiede risposte uniche e personalizzate.

    Questo principio guida anche il mio lavoro con le aziende:
    nessun gruppo è uguale a un altro, e ogni contesto richiede un percorso costruito su misura.

    Tra i progetti più significativi che ho realizzato, il programma internazionale “War Game. No More!”, durato 4 anni e nato in collaborazione con Caritas Italiana e Ambrosiana nella Repubblica Democratica del Congo, che ha utilizzato lo sport come strumento di reintegrazione per ex bambini soldato. Finalista al Beyond Sport Award di Chicago (2010), questo progetto è stato inoltre presentato al Congresso Internazionale ICSSPE di Berlino (2011) come esempio di “inclusive development through sport”.
    Esperienze come questa hanno rafforzato la mia convinzione che il movimento – nelle sue forme più semplici e autentiche – può trasformare individui e gruppi, ovunque e in qualunque contesto.

    Nel corso degli anni ho condotto formazioni outdoor e laboratori esperienziali per realtà pubbliche, come aziende sanitarie locali ed enti di gestione di servizi, e private, come cooperative sociali, scuole, asili, enti di formazione, sindacati, aziende imprenditoriali di diverso tipo.

    In tutti questi contesti, il movimento è stato lo strumento per esplorare temi concreti come:

    • coesione e fiducia nei team,
    • efficacia comunicativa,
    • gestione dell’imprevisto,
    • leadership collaborativa,
    • consapevolezza del corpo come leva di presenza e relazione.

    Credo che la crescita di un gruppo nasca dall’esperienza diretta, non dalla teoria.
    Solo ciò che si vive – nel corpo, nella natura e nella relazione – diventa apprendimento reale e comportamento nuovo.